Oro di Villasimius: il vino naturale sardo che sa di pane e mare
La mia degustazione del '20 Terzo di Meigamma, un vino bianco da uve Nasco che emoziona. Un racconto da sommelier e un consiglio di abbinamento che non ti aspetti.
Ci sono vini che rispetti, vini che apprezzi, e poi ci sono quelli che ti fermano il tempo. Quelli che, stappati e versati nel bicchiere, ti costringono a una pausa, a un sospiro, e per cui l'unica parola che riesci a pensare è: "wow".
Succede raramente, ma quando succede è pura magia. Mi è successo, ancora una volta, con il “20’ Terzo", un vino bianco di Cantina Meigamma. Ogni volta che lo assaggio, l'emozione si ripete, intatta e sorprendente.
Oggi voglio portarvi con me a Villasimius, direttamente dentro questo calice, per condividere non solo una degustazione, ma un vero e proprio racconto liquido. Insieme sveleremo la magia di questo vino naturale, un'espressione artigianale di Sardegna che sa toccare le corde più profonde. Preparatevi a un piccolo viaggio.
Per capire questo vino, bisogna conoscere la storia di Barbara e Giuseppe, le anime di Meigamma. La loro non è una cantina ereditata da generazioni, ma una scelta di vita. Hanno lasciato le loro professioni per tornare alla terra, in un angolo di paradiso a Villasimius, tra le colline e il mare cristallino del sud della Sardegna. Il nome che hanno scelto, Meigamma, in sardo significa "la siesta dopo pranzo", il riposo pomeridiano. È una vera e propria dichiarazione di intenti: un invito a rallentare, a rispettare i ritmi della natura e a ritrovare un tempo più umano.
Le loro vigne, coltivate secondo i principi della biodinamica, sono un inno alla biodiversità. Non ci sono filari perfetti e pettinati, ma un ecosistema vivo, dove le piante dialogano con le erbe spontanee e gli insetti. È da questo profondo rispetto che nasce un'uva, in questo caso il Nasco, capace di raccontare senza filtri la carezza del sole e la brezza salina del mare vicino.
Alla vista: un oro liquido, intenso e brillante, che cattura la luce e ti ipnotizza.
Al naso: avvicinando il calice, il viaggio inizia. Immaginate di aprire un barattolo di miele d'acacia in una cucina dove si sta sfornando il pane. È un profumo caldo, accogliente, che sa di casa. Poi, come aprendo una finestra, venite travolti dal profumo delicato dei fiori d'arancio. Emerge una nota più dolce e concentrata, quella del dattero, che porta con sé un'idea di calore e di festa. È un bouquet complesso, che si svela lentamente, senza fretta.
Al palato: al primo sorso, è un'onda intensa e incredibilmente fresca che porta con sé una sapidità quasi salina, un ricordo netto del mare che si trova a pochi passi dalle vigne. Poi, come il sole dopo una mareggiata, emerge il limone succoso, seguito da un sentore di erbe aromatiche, con la salvia che accarezza il palato e rinfresca la beva. Il finale è un ritorno alla frutta esotica, che persiste a lungo e lascia un ricordo felice e vibrante.
Tutta questa complessità è figlia di scelte precise e di un grande rispetto per la materia prima. La macerazione sulle bucce dona al vino colore e profondità; la fermentazione con lieviti indigeni è la garanzia di un'espressione autentica del territorio; e l'affinamento in botti di castagno esauste? È una scelta di pura sensibilità. Non serve a dare sapore di legno, ma a permettere al vino di respirare e di evolversi lentamente, senza maschere, arrotondando gli spigoli e diventando esattamente ciò che è: oro liquido.
Nella mia ultima degustazione, ho osato. L'ho abbinato a un coniglio alla ligure, un piatto saporito, ricco di olive taggiasche, pinoli ed erbe aromatiche. L'incontro è stato una rivelazione. La freschezza e la sapidità del vino hanno pulito il palato dalla ricchezza del piatto, mentre le sue note di salvia dialogavano alla perfezione con le erbe della ricetta.
Immaginatelo a tavola, in una domenica in famiglia, dove il racconto del cibo si unisce a quello del vino, creando un'armonia perfetta. Ma non siate timidi: questo è uno di quei vini rari che reggono abbinamenti audaci. Provatelo con formaggi erborinati non troppo aggressivi o, perché no, con un piatto di cucina asiatica speziata. Saprà sorprendervi.
Glossario del Sommelier
Macerazione sulle bucce: Quel contatto magico tra il succo (mosto) e le bucce dell'uva che, soprattutto nei vini bianchi, "estrae" non solo il colore ma anche profumi e una struttura più complessa, rendendo il vino più sfaccettato, proprio come una buona storia.
Lieviti indigeni: Sono i veri artisti del vino! Questi lieviti, naturalmente presenti sulla buccia dell'uva e in cantina, avviano la fermentazione senza bisogno di aggiunte esterne. Sono la voce più autentica del territorio in cui nasce il vino.
Botti esauste: Pensa a una botte di legno che ha già lavorato tanto e ha ceduto la maggior parte dei suoi aromi più intensi. Usarla per l'affinamento è una scelta di grande sensibilità: non si vuole "truccare" il vino con sentori di legno, ma solo permettergli di respirare e maturare dolcemente. È come un saggio mentore che accompagna il vino senza imporre la sua voce.
Spero che questo racconto nel calice vi abbia incuriosito. Vini come il "20' Terzo" di Meigamma ci ricordano che dietro ogni bottiglia c'è un mondo fatto di persone, di scelte e di luoghi, una storia che aspetta solo di essere ascoltata.
E a voi, è mai capitato di assaggiare un vino e pensare solo "wow"? Qual è stata la bottiglia che vi ha emozionato di più? Raccontatemelo nei commenti, sono sempre alla ricerca di nuove storie!
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