Il coraggio in un calice: storia di un Cannonau naturale fatto a mano
Dalle vigne storiche di Neoneli, la degustazione di un vino sardo che racconta la fatica e la passione. Un consiglio da sommelier per domare la sua anima intensa.
Ci sono bottiglie che aspetti. Le tieni da parte, le guardi, quasi dialoghi con loro, aspettando il momento giusto per aprirle, quello in cui puoi dedicare loro tutta l'attenzione che meritano. Sono bottiglie che contengono più di un semplice vino: racchiudono un ricordo, un incontro, una storia.
Per me, questo Cannonau Omestica 2019 di Cantine di Neoneli era una di quelle. Non era solo un vino, ma il ricordo vivo di una giornata passata tra le sue vigne, nella vallata di Canales, ascoltando la voce di Samuel, il vignaiolo. Ricordo la sua passione nel raccontarmi la fatica di coltivare in queste terre. Per questo, ho aspettato, e con molta calma, finalmente, ho aperto questo nettare sardo.
Oggi vi porto con me in quel ricordo e in questa degustazione, alla scoperta di un vino artigianale che è un vero e proprio manifesto di coraggio, fatica e amore per un territorio difficile e meraviglioso.
Siamo a Neoneli, un comune al confine tra la Barbagia e l'Oristanese, un cuore antico di Sardegna. Qui il concetto di "vigneto" come lo intendiamo comunemente, ordinato e omogeneo, non esiste. La proprietà di Cantine di Neoneli è composta da tante piccole particelle sparse, ognuna con la sua anima, la sua esposizione, la sua storia.
Ricordo perfettamente le parole di Samuel: "Qui sta all'abilità del vignaiolo cogliere il Cannonau al momento giusto". È un lavoro certosino, una caccia al tesoro tra le varie vigne ad alberello di oltre quarant'anni, a circa 500 metri di altitudine. Bisogna camminare, osservare e decidere. La tempistica della raccolta, qui più che mai, fa tutta la differenza.
E poi c'è la fatica. In queste piccole vigne, incastonate in un terreno impervio, non c'è possibilità di entrare con un trattore. Ogni singola operazione, dalla potatura alla vendemmia, viene fatta a mano. Quando si parla di "vino artigianale", questa è la sua espressione più pura e commovente. È un vino che nasce letteralmente dalle mani dell'uomo.
Stappando la bottiglia, si capisce subito che non si avrà a che fare con un vino docile.
Alla vista: rosso granato intenso, quasi impenetrabile, come il cuore scuro di una foresta sarda.
Al naso: è un'esplosione che ti porta dritto sull'isola. Non c'è solo la ciliegia matura e succosa; c'è il calore del cuoio lavorato dal tempo, la speziatura dei chiodi di garofano e, soprattutto, l'inconfondibile aroma balsamico delle bacche di mirto selvatico. È un profumo che non sussurra, grida "Sardegna" con orgoglio.
Al palato: è coerente, quasi brutale nella sua onestà. È un vino che entra con potenza, avvolge il palato con un tannino presente, fitto e vigoroso. Non è un vino che si concede facilmente, anzi: chiede attenzione, quasi sfida. Questa purezza selvaggia è il risultato di una filosofia senza compromessi: un vino naturale, senza chiarifiche, senza filtrazioni e senza solfiti aggiunti. La fermentazione è spontanea, lasciata ai lieviti indigeni. È il Cannonau nella sua essenza più vera, un'espressione diretta della sua vigna e dell'annata.
Un vino così intenso, "non lascia facilmente spazio al cibo abbinato". Trovare il giusto compagno di tavola è una sfida affascinante. Ho pensato a qualcosa che potesse tenergli testa, che avesse la stessa intensità, persistenza e complessità.
L'illuminazione è arrivata con un prosciutto crudo iberico stagionato, che per certi versi mi ricorda i grandi prosciutti sardi di queste zone. Devo dire che ho azzeccato. La sapidità e la parte grassa nobile del prosciutto hanno ammorbidito la trama tannica del vino, mentre la persistenza aromatica di entrambi si sosteneva a vicenda in un equilibrio perfetto, senza che uno sovrastasse l'altro.
Il mio consiglio da sommelier? Abbinatelo a piatti che abbiano la sua stessa struttura e il suo stesso coraggio. Pensatelo con formaggi di pecora molto stagionati, con la cacciagione, con uno spezzatino di cinghiale al ginepro o con l'agnello in umido. Ha bisogno di sapori forti che possano dialogare con la sua anima potente.
Glossario del Sommelier
Alberello: Non la classica vigna a filari, ma piccole piante simili a cespugli o bassi alberi. È un sistema di allevamento antico, tradizionale in molte zone del Mediterraneo, perfetto per climi caldi e secchi. Richiede una lavorazione interamente manuale e porta a basse rese, ma di altissima qualità.
Vino non filtrato: Significa che il vino non subisce processi meccanici di filtrazione per rimuovere le piccole particelle solide in sospensione (come i lieviti esausti). Questo può renderlo leggermente velato alla vista, ma preserva una maggiore ricchezza di sapore, corpo e struttura. È un vino nella sua veste più integra.
Fermentazione spontanea: La trasformazione dello zucchero in alcol avviene grazie ai lieviti "selvaggi" o "indigeni", ovvero quelli naturalmente presenti sull'uva e nell'ambiente della cantina, senza l'aggiunta di lieviti commerciali selezionati. È la via più autentica per far esprimere a un vino il suo terroir.
Ci sono vini che raccontano la fatica e il coraggio di una giovane realtà con le idee molto chiare. Questo Cannonau è uno di quelli. È un sorso di verità, di passione e di dedizione assoluta. Bravi Cantine di Neoneli, missione riuscita.
E voi, avete mai assaggiato un vino che vi ha raccontato una storia così chiara di fatica e passione? Lasciate un commento qui sotto, sono curiosa di leggere le vostre esperienze.
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